L'Unità

05 08 2003

ITALIA

 

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Colto eppure semplicissimo, legato alla memoria letteraria e carico di denuncia, orchestrato, mimato e recitato con perizia in un crescendo di lirismo e tensione: stiamo parlando di Lapilli, frutto dell’incontro tra Leo Gullotta e gli Al Qantarah

Si lanciano, i musicisti, con tamburelli e scacciapensieri in virtuosismi mozzafiato

Denuncia del disprezzo e della volgarità che uccide. Ritorno alla memoria e alla lingua materna: la poesia.

 

 

Alla corte di Federico II la diversità era un sublime canto antico

Tra riferimenti a Bossi e alla posizione del Vaticano contro le unioni gay, l’incontro tra Leo Gullotta e l’ensemble siciliano Al Qantarah in «Lapilli», in scena a Terni. Repliche oggi e domani a Cagliari.

 

TERNI Dal Dolce Stil Novo a Buttitta, attraverso le musiche medievali siciliane e gli echi delle «abbanniate» nelle feste di piazza. Dalla «poesia, lingua materna del genere umano» all’invettiva vibrante contro la mafia. Colto eppure semplicissimo, legato alla memoria letteraria e carico di denuncia, orchestrato, mimato e recitato con perizia in un crescendo di lirismo e tensione: stiamo parlando di Lapilli, frutto dell’incontro tra Leo Gullotta e gli Al Qantarah, un ensemble di musica siciliana antica, spettacolo che è andato in scena all’anfiteatro romano di Terni domenica sera (repliche oggi e domani a Cagliari). Immaginate di essere in una terrazza siciliana a mangiare una fetta di «mulune» affacciandovi alla ricchezza della creatività che vide il volgare siciliano candidarsi a linguaggio dotto con lo stile promosso da Federico II . La terrazza è coperta di iuta, la tela dei sacchi e dei poveri, e di ceste che servono per portare le mandorle, i pistacchi e le pietre delle zolfare. La terrazza è abitata da «poeti» vestiti di bianco, come i devoti della festa catanese di Sant’Agata, ma a differenza di quelli non indossano una sottana intera. I poeti di lapilli hanno un vestito bianco spezzato, un vestito «diverso», «dalla diversità si attinge e si cresce», dice il poeta recitante Gullotta.

La diversità fu esaltata alla corte di Federico, animata da un profondo spirito di tolleranza, quando non c’erano «né cannoni nè cannonate, ma ku ci a rici sta cosa a Bossi?»: Gullotta «contestualizza» così Federico e Cielo d’ Alcamo, sapientemente. E chiari sono i suoi riferimenti all’oggi quando fa dialogare la raffinatezza di ieri con la volgarità dei tempi moderni. Non basta. Quando cita il Clero, a proposito dei Tropari che variavano sulle melodie liturgiche, dice: «Il clero che ai giorni nostri fa crociate poco evangeliche, calpestando i diritti». Si riferisce all’anatema contro gli omosessuali rivolgendosi alle finestre dell’Arcivescovado a due passi dall’ anfiteatro. E strappa uno dei tantissimi applausi.

Gli altri «poeti» vestiti di bianco sulla scena sono i musici: suonano strumenti antichissimi, gli antenati del liuto e del violino ricostruiti con le tecniche originali e i legni italiani. Suonano l’ud, la lira, la synphonia, il tammureddu, il marranzanu, gli scattagnetti: strumenti del medioevo colto vengono accostati a quelli della tradizione siciliana e mediorientale, al friscaletto costruito dai pastori, che può durare un giorno per poi essere buttato via, ma riesce a evocare del canto l’ammaliante mistero. Si lanciano, i musicisti, con tamburelli e scacciapensieri in virtuosismi mozzafiato. La recitazione viene alternata alle musiche, quando non accoppiata, la voce di Roberto Bolelli arriva a cantare anche un testo poetico su una melodia provenzale, obbedendo alla tesi che vuole i rimatori siciliani del 200 musicare i propri versi.

L’accostamento tra gli strumenti colti e popolari anticipa il repertorio. I testi letterari faranno spazio, infatti, a una popolarissima rappresentazione dei quartieri catanesi, la Catania dell’ infanzia di Gullotta, la sua «carusanza», quando gli operai mangiavano nelle case di ringhiera e si passavano i cibi della saporita cucina isolana; quando, ancora, si comprava in piazza «u mulune» e la vendita diveniva spettacolo di strada. L’attore, accompagnato dagli Al Qantarah, ci fa vedere i mille volti della sua Catania, si sdoppia nelle voci dei venditori, capaci di veri gramelot, e dei clienti, si moltiplica nei gesti enfatici e rotondi di una città meridionale. Lui è uno, ma il pubblico sul palco vede la folla e resta per due ore avvinghiato alla scena. Quando ritorna il registro letterario, il riferimento all’oggi si impone. Ed è amaro e vibrante via via che ci si avvicina ai tempi nostri. Così il principe di Salina di Tomasi di Lampedusa, diventa metafora degli italiani del 2003 quando dice: «Odieranno sempre chi li vorrà svegliare». La recitazione di Gullotta materializza sia il potere che tutto cambia per nulla cambiare, sia la speranza dal fiato corto dell’interlocutore piemontese Chevalley. Il finale, con i sacchi di iuta e le ceste rosso sangue, è il canto di Buttitta contro la mafia. Denuncia del disprezzo e della volgarità che uccide. Ritorno alla memoria e alla lingua materna: la poesia.

Delia Vaccarello