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Tricomi e i suoi compagni, piuttosto che osservare le illustrazioni di antichi vasi, nei libri di storia, si mettono a scavare a mani nude, e dai cocci rinvenuti cercano - con fantasia maturata dal rigore - di ricostruire l'antica forma dell'opera d'arte

Il risultato è una festa dei sensi e dell'intelligenza

 

 

LA SICILIA, MADRE DELLA MUSICA MEDIOEVALE

La riscoperta di una civiltà perduta in un CD del gruppo Al Qantarah

 

In un CD della Foné che ha per titolo "Abballati, abballati" il gruppo strumentale "Al Qantarah" di Fabio Tricomi - che si muove sempre fuori dalle convenzioni - ricostruisce 'sul territorio' le prime espressioni di questo stile: la cosa costituisce per la storia della musica ciò che, per l'archeologia, ha rappresentato la scoperta di Troia da parte di Schliemann. In effetti, Tricomi e i suoi compagni, piuttosto che osservare le illustrazioni di antichi vasi, nei libri di storia, si mettono a scavare a mani nude, e dai cocci rinvenuti cercano - con fantasia maturata dal rigore - di ricostruire l'antica forma dell'opera d'arte. Molti strumenti sono stati scoperti dal direttore negli affreschi, altri li ha visti impiegati dagli acquaioli o i carrettieri in giro per le campagne siciliane. Il risultato è una festa dei sensi e dell'intelligenza: tra litanie di vecchie col 'mal della pietra' e duelli di giullari dall'ossessiva invadenza, dopo questo CD la geografia musicale dell'Europa negli 'anni bui' non sarà più la stessa.

La stretta identificazione tra la Sicilia ed il Mediterraneo comincia con i Greci, che la definirono «culla degli Dei» e la elessero ad erede della propria cultura. Le colonie della Magna Grecia assicurarono la sopravvivenza delle antiche leggende e dei linguaggi artistici più arcaici, quando la conquista di Alessandro Magno, cultore della civiltà indiana, spostò bruscamente ad Oriente il baricentro delle idee. Siracusa, Agrigento, Sibari... in quelle città si diffuse il Pitagorismo, che teorizzava il movimento degli astri non fosse che «musica inudibile agli umani, ma da essi pensabile», mentre Platone cercava di importarvi la propria concezione pedagogica, in cui la musica assurgeva al rango di una vera religione, «misura che il respiro sovranamente pone al dissidio tra mente e corpo». Fu in Sicilia, inoltre, che ebbero origine i misteri di Dioniso, la cui furia orgiastica si esprimeva nello scatenarsi di ritmi ancestrali: musica che oggi definiremmo 'espressionista', e la cui funzione era quella di attivare negli adepti il fascino terribile di Eros. Quando gli Arabi, nel Settimo secolo, colonizzarono l'isola, vi trovarono, quindi, ancora intatto, il sistema dei modi e delle scale della musica greca, la cui caratteristica era quella di ripartire i linguaggi sonori in base agli effetti che producevano sul pubblico: dal modo 'dorico', che, se eseguito nei moderni teatri, farebbe venire voglia di prendere a schiaffi il vicino di posto, a quello 'frigio', che indurrebbe alla molestia sessuale nei suoi confronti.

Quando Harun-el-Raschid decise di imporre sull'isola la sua illuminata protezione, il testimone di faro della civiltà era passato da Atene alla Mecca. Impregnati della filosofia aristotelica, filtrata dai due alchimisti di Gibilterra Avicenna ed Averroé, gli Arabi avevano la graziosa percezione della musica come di una premonizione delle grazie del loro Paradiso, che - come si sa - ha meno nuvolette e spazi bianchi del nostro, ed assomiglia, piuttosto, ad un villaggio turistico in Polinesia. A contatto con una musica popolare modellata sui grandi riti e sulla ricorrenza delle stagioni, gli Arabi vi imposero la propria sfrenata libertà ritmica: le combinazioni e gli incroci tra pulsazioni pari e dispari, le libere improvvisazioni vocali su lunghe melopee, ad imitazione dei richiami con cui il muezzin ricorda, di prima mattina, ai fedeli, quanto sia effimero il loro passaggio su questa terra; e poi certe stupende fioriture su di una sola nota, per 'battimenti' sempre più rapidi sulle note vicine, che alla lunga, col nome di 'gorgia', trapasseranno quatte quatte nell'opera barocca veneziana!

Un altro aspetto per cui l'influenza araba rende la musica siciliana così particolare, è l'assoluta identità che nella cultura del misticismo 'sufi' esiste tra musica e danza: l'asceta arabo, in effetti, non assomiglia molto ai nostri, visto che danza, urla, piroetta in tondo e 'gode' la sua preghiera come un tarantolato in balia di un esorcista. Fu dunque in Sicilia che i ritmi di danza presero a fondare la metrica della musica moderna. Chi l'avrebbe mai detto che la veneranda Suite barocca, così quadrata, sia imparentata con le scarpine a punta dei santi muezzin? Ma proprio quando tutta l'isola è un rigoglio di mezzelune e di alcazàr indamascati, ecco che i brutali Normanni, sul volgere del Millennio, dopo avere insegnato ai Franchi a suon di busse quanto può far bene aver trascorso le nottate a dormire, invece che a fare serenate trovatoriche a belle irraggiungibili, scoprono lo stretto di Gibilterra, trovando quella bella piscina riscaldata che vi si stende al di là, dotata dei necessari optional.

La cultura primitiva, si sa, ha una sua ricchezza, per quanto sappia di caprigno: i Normanni avevano dalla loro la proliferazione delle saghe runiche, quel nocciolo di mostri e di draghi sulle cui costole cresce la vegetazione della terra da cui ebbe origine la mitologia dei Nibelunghi. Gli elmi cornuti, insomma, riuscivano, per grezzi che fossero, anch'essi a captare le misteriose armonie pitagoriche delle stelle... Siccome ogni cultura ripete gli stessi passi, i Canti dell'Edda stanno ai Normanni come Omero sta ai Greci: rappresentano una tradizione orale all'insegna della continua variazione, un canovaccio su cui i cantori costruivano giochi di incroci ed innesti permeati di assoluta libertà. Nella musica siciliana, la faccenda si tradusse nell'adozione della struttura a strofe e 'stanze', specie di refrain in cui il tema fondamentale della 'canta' veniva progressivamente variato. Inoltre, mentre la musica araba conosceva la distinzione tra sacro e profano al punto che un cantante, se si fosse avventurato a fiorire licenziosamente le melopee sacre, si sarebbe poi trovato senza lingua, i Normanni - la cui capacità assimilatoria delle culture fiorite nei paesi che si trovavano a conquistare era così prodigiosa che si poteva ben dire, vincitori, venissero poi, a loro volta, da queste, vinti - produssero, col terremoto della loro invasione, una mescolanza tra 'cante' contadine e inni devozionali i cui segni si possono ancora cogliere nel modo in cui, in Sicilia, i contadini fanno precedere i loro rocamboleschi sciolilingua da certe litanie lunghe lunghe e sospese per aria.

L'ignoranza, nell'arte, può diventare talvolta un punto di forza: digiuni di storia ellenica, i Normanni scambiarono, infine, le polifonie bizantine, tutte quante raggruppate intorno ad una voce centrale, con l'eredità della tradizione greca - da loro sommamente venerata - dando origine ad uno stile ben poco rigoroso, a voci tutte procedenti per strette imitazioni, ignaro di qualsiasi basso o delle volontà di predominio di tenori o soprani che dir si voglia. Una polifonia rocciosa, scabra, tutta intervalli vicini che si sfiorano, fino a produrre clamorose dissonanze: questo fu il progresso che la beata ingenuità normanna permise di fare alla cultura musicale siciliana. La questione della presenza bizantina in Sicilia - la più vitale, forse ancora più di quella greca, araba e normanna - richiede qualche cenno a parte. Tenendo fede alla loro fama di abili diplomatici, i Bizantini non tentarono neppure di occupare militarmente l'isola, ma, attraverso i loro mercanti e, soprattutto, i loro scrivani e giureconsulti, si impadronirono lemme lemme, senza colpo ferire, della pubblica amministrazione, da quei burocrati perfetti che erano. Siccome la corte bizantina era l'unica in cui esistesse la figura dell'«arbiter elegantiarum», giudice su ogni questione di gusto e di etichetta, dal modo di vestire alle «sedici modalità diverse di fare l'inchino», era inevitabile che la musica siciliana finisse sotto la reggenza illuminata degli esteti bizantini, che risultavano graditi anche ai Normanni, forse perché erano in massima parte eunuchi, e quindi non costituivano un impaccio all'hobby principale dei forzuti guerrieri... La casistica minuziosa dei bizantini si tradusse in una catalogazione, accurata ai limiti del maniacale, di tutti i ritmi, le scale, i modi, i temi, secondo il loro grado di convenienza ai molti riti che scandivano, in Sicilia, la vita dei sudditi, dalle orgie bacchiche dei contadini alle celebrazioni silenziose del mare, da parte dei pescatori, fino alle gare tra i cantori in uso nelle corti (dalle quali si deduce che i moderni Concorsi pianistici o violinistici siano nati tra i fumi della birra; anzi, della «cervogia»).

Tutto questo fervore di scambi e di contaminazioni, tuttavia, sarebbe rimasto sterile sperimentazione se non avesse trovato il proprio fulcro, nel Duecento, in quella singolare figura di monaco ed esteta, in quel vero «scrigno di contraddizioni», che fu Federico II di Svevia, definito dai contemporanei «stupor mundi», e la cui passione, in omaggio alla terra in cui si trovò a regnare, la Sicilia «fucina di compositi», fu la contraddizione. Fondatore della prima scuola di medicina basata su criteri scientifici, la Scuola di Salerno, fu al contempo astrologo ed alchimista; fervente adoratore di un dio le cui tracce vedeva in tutta la Creazione, si dedicò attivamente alla magia nera e satanica; convinto l'anima dell'uomo, dopo la morte, si trasfondesse negli animali, dovette la sua fama ad un trattato sulla caccia col falcone in cui si prescriveva di accecare la povera bestia, perché il suo 'radar' istintuale gli facesse individuare meglio gli inermi scoiattolini... Insomma, uno psicopatico totale, capace di erigere, in Castel del Monte, un osservatorio poligonale in cui leggere, nella volta stellata, i segni della fine del mondo. Non che la musica confini (sempre) con la psicosi, ma la tenacia con cui Federico II sguinzagliò gli antenati dei moderni musicologi a trascrivere cante e inni su e giù per la Sicilia, per poi riunire e catalogare il tutto nel Troparium di Catania (non chiedetemi come è finito, adesso, a Madrid, perché non lo so) dimostra in lui la coscienza di rappresentare la fine di un mondo. Con Federico II, la musica siciliana smette di essere pratica spontanea, nata dall'adorazione della terra e delle stagioni, nell'anima ingenua del popolo, per diventare 'storia', e partecipare, così, all'edificazione del Sacro Romano impero: l'utopia di un unico governo, all'insegna di un'unica cultura, in grado di rappacificare, sotto la guida di Dio, l'intero continente. Lo stile in cui trova la sua 'voce' questo idealistico slancio politico è la polifonia: un orecchio dal quale, come abbiamo visto, la Sicilia ci sentiva pochino... Da qui una scissione, dopo Federico II, tra una musica 'colta', modellata sui Trovatori e sulla molteplicità delle voci, ed una 'popolare', non codificata, e destinata, col tempo, a sopravvivere soltanto nel pozzo oscuro dell'immaginario collettivo.

Un carretto di strumenti

Insomma: l'idillio della continua contaminazione, della sperimentazione acritica, si era rotto, e la Sicilia entrava in quell'Europa che non poteva (anche adesso?) che snaturarne la profonda originalità. D'ora in avanti, ad ogni ambiente corrisponderà un diverso stile.

La musica di corte vedrà sciamare sempre di più Folchetti e Raimbalti: i Trovatori provenzali di lingua occitanica; il che comporterà un rompicapo musicologico, in quanto i codici moderni per lo più riportano la musica siciliana in trascrizioni operate secondo le convenzioni musicali francesi... e guai a chi ci casca!

Nelle campagne, matrimoni e funerali verranno bellamente confusi tra loro in sfrenate sovrapposizioni di danze inequivocabilmente in tondo, per accellerazione progressiva, e con intermezzo di litanie a voci alterne: insomma, musiche che più arabe non si può.

Nella musica da chiesa si tentò, per qualche tempo, di introdurre zampogne e scacciapensieri (tuttora presenti nelle Novene natalizie e nei gruppi dei Pasqualotti) ma poi il Papa venne a Palermo, e sentì, in Cattedrale, troppo afrore di stalla; da cui un bel repulisti, e l'importazione della polifonia «ortodossa» degli Spagnoli, da Victoria a Morales.

Le saghe di Rolando e Rinaldo, i Paladini, che trovarono la loro consacrazione nel teatro dei Pupi, rappresentano una trascrizione nella cultura siciliana delle saghe runiche normanne: strofe libere, lunghe 'stanze' riassuntive, modellazione della musica delle 'cante' sulle inflessioni 'parlate' del testo. Forse è qui che si trova il vero cuore pulsante, rimasto immutato attraverso i secoli, dell'anima siciliana.

Data la suddescritta situazione, non c'è da stupirsi se i musicisti siciliani dovessero girare con un carretto, al fine di contenervi lo sterminato strumentario necessario alla loro professione. Soltano i flauti erano una dozzina: da quelli 'tagliati' alle varie altezze della tradizione 'cortese', ai flauti di Pan e i 'flauti di canna' in uso nelle feste popolari, fino agli strumenti oblunghi, tortili e curvi della musica araba, che paiono serpenti (uno di essi, infatti, diede origine al rinascimentale «serpentone») in mano a qualche fachiro indiano.

Da qualunque parte la si osservi, la Sicilia sembra sempre più essere stata il laboratorio sperimentale permanente dell'Europa, sia nella teoria - le scale, i modi, i linguaggi - che nella pratica: lo strumentario e le forme. Eppure, per secoli, si è inteso ricostruire la nostra 'tradizione' occidentale partendo dai modelli finali: dai Classici, piuttosto che addentrarsi nella terra di nessuno dei suoi primi vagiti. Da qui l'applicazione di norme e codici ben precisi a musiche che di tutto questo, semplicemente, ancora ignoravano l'esistenza. Da qui la mummificazione, secondo una malintesa esigenza di «verità», di un'arte la cui varietà destava stupore, per quanto era frenetica.